Pasticceria a confronto


Se ci trovassimo su un ring e gli avversari fossero da una parte la sfogliatella napoletana e la pastiera,  e dall’altra parte il cannolo e la cassata siciliana, chi pensate vincerebbe la sfida?

Difficile a dirsi! In realtà su un ring vero le due pasticcerie non sono mai salite, anche se hanno sempre giocato a confrontarsi e a superarsi, restando in testa alle altre regioni. E lo hanno fatto in modo simpatico ed insolito anche di recente,  nell’ambito della tavola rotonda ”La pasticceria del Regno delle due Sicilie: Napoli e Palermo a confronto”, organizzata in occasione di Medial, la fiera dell’agroalimentare svoltasi a Palermo dal 21 al 25 febbraio.

E’ stato un confronto da cui sono emerse somiglianze e differenze e dove, con l’aiuto di Fabrizio Mangoni, storico della pasticceria napoletana e di Vittoria Sicurella, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università agli studi di Palermo sono state anche analizzate le scelte delle due regioni dal punto di vista culturale e da quello simbolico.

Durante il primo match si sono sfidate un dolce dalle origini antichissime come la cassata (presentato dal pasticcere palermitano, Vito Naccari)  ed uno di più recente invenzione: il ministeriale (portato per l’occasione dal pasticcere napoletano Mario Scaturchio).

“La prima cassata della storia – dice lo storico Mangoni – nasce ad Oplonti in epoca di Impero romano. Ne troviamo ancora oggi una testimonianza grazie ad un dipinto che si trova a Torre Annunziata, nella villa romana di Oplonti, in cui il dolce è raffigurato. Originariamente è un dolce al formaggio , leggero, reso di colore rosa ai bordi grazie all’impiego di succo di melograno. Il ministeriale, invece, venne inventato dal pasticcere Francesco Scaturchio (zio di Mario) a San Domenico Maggiore, circa mezzo secolo fa, nel tentativo di conquistare una famosa ballerina ed ha caratterizzato l 'epoca umbertina nei rinfreschi della Napoli ‘bene’".

I due avversari non si risparmiano colpi bassi e così Mario Scaturchio, napoletano, titolare dell’antica pasticceria nel centro storico di Napoli mette subito alla prova Vito Naccari, pasticcere titolare del laboratorio della pasticceria Oscar di Palermo, invitandolo a scoprire l’ingrediente principe del ministeriale. Vito Naccari, lo assaggia, aspetta qualche minuto e sorprende il suo avversario con una inaspettata risposta esatta. “E’ la ricotta – dice Naccari – l’ingrediente principe di questo dolce”. Subito dopo è la volta della Cassata siciliana, presentata da Naccari nella più tradizionali delle versioni. A questo punto i due avversari si rimettono in gioco: da una  parte Naccari sostiene come la vera cassata è quella realizzata con ricotta di pecora e con ingredienti tipici della tradizione siciliana come il pistacchio dal colore verde intenso di Bronte, le profumate mandorle di Noto, gli agrumi siciliani. Scaturchio, invece, ribatte che la ricetta napoletana, che vede miscelate insieme la ricotta di pecora e quella di mucca, è molto più apprezzata dai napoletani e dunque è vincente perché rende il dolce molto più gustoso e profumato.

A questo punto, prima che lo scontro diventi veramente duro, il professor Mangoni interviene a smorzare gli animi, richiamando i presenti in modo divertente e stuzzicante ai punti di contatto che in realtà esistono fra le due scuole di pensiero.

“Da un punto di vista culturale – spiega Mangoni – Napoli risente di più delle esperienze nordiche e mediterranee, mentre Palermo ha subito il fascino di numerose dominazioni. Tuttavia le due pasticcerie hanno in comune il fatto di essere nate entrambe all’ombra dei chiostri. Prendiamo ad esempio la sfogliatella napoletana: questo dolce dalla forma di conchiglia, pieno di crema, talvolta, infiocchettato di amarena, è nato in un chiostro della costa Amalfitana, intitolato a Santa Rosa. La ricetta è trapelata poi fuori dalle mura conventuali grazie ad un pasticcere: Pasquale Pintauro che manipolò il formato della sfogliatella fino a ridurre le dimensioni, abolendo l’originario tocco di amarena. In seguito, la trasformò ancora variando la croccante sfoglia con altra morbida. Nacque così la sfogliatella frolla, un dolce che al di là delle patrie mura si è andato sempre più affermando tra le specialità più originali della pasticceria napoletana. Le stesse origini ha anche un altro dolce tradizionale napoletano come la pastiera. Questa, infatti, nell’attuale versione fu inventata probabilmente nella pace segreta di un monastero dimenticato napoletano. Un'ignota suora volle che in quel dolce, simbologia della Resurrezione, si unisse il profumo dei fiori dell'arancio del giardino conventuale. Alla bianca ricotta mescolò una manciata di grano, che, sepolto nella bruna terra, germoglia e risorge splendente come oro, aggiunse poi le uova, simbolo di nuova vita, l'acqua di mille fiori odorosa come la prima vera, il cedro e le aromatiche spezie venute dall'Asia. È certo che le suore dell'antichissimo convento di San Gregorio Armeno – prosegue lo studioso- erano reputate maestre nella complessa manipolazione della pastiera, e nel periodo pasquale ne confezionavano in gran numero per le mense delle dimore patrizie e della ricca borghesia. Intorno a questo dolce c’è anche una curiosa leggenda. Si racconta che le genti che popolavano il golfo disteso tra Posillipo e il Vesuvio per ringraziare la sirena Partenope che aveva fissato lì la sua dimora ed ogni primavera emergeva dalle acque per salutarli ed allietarli col suo canto d’amore e di gioia, decisero di offrirle in dono quanto di più prezioso avessero. E così incaricarono sette fra le più belle fanciulle dei villaggi di consegnare i doni alla bella Partenope: la farina, forza e ricchezza della campagna; la ricotta, omaggio di pastori e pecorelle; le uova, simbolo della vita che sempre si rinnova; il grano tenero, bollito nel latte, a prova dei due regni della natura; l'acqua di fiori d'arancio, perché anche i profumi della terra solevano rendere omaggio; le spezie, in rappresentanza dei popoli più lontani del mondo; infine lo zucchero, per esprimere l'ineffabile dolcezza profusa dal canto di Partenope in cielo, in terra, ed in tutto l'universo. La sirena, felice per tanti doni, si inabissò per fare ritorno alla sua dimora cristallina e depose le offerte preziose ai piedi degli dei. Questi, inebriati anche essi dal soavissimo canto, riunirono e mescolarono con arti divine tutti gli ingredienti, trasformandoli nella prima Pastiera che superava in dolcezza il canto della stessa sirena. Mi pare curioso sottolineare –conclude Mangoni - una curiosità a margine interessante perché sta a rimarcare come in realtà Napoli e Palermo siano sempre state legate dal punto di vista delle tradizioni dolciarie. Al tempo di Regno delle Due Sicilie, infatti, le badesse  si scambiavano consigli e suggerimenti da Napoli a Palermo. Fu così che nelle cucine di San Gregorio  nacque l'idea della glassa verde sulla cassata siciliana, complice involontario il pittore Giacomo Dal Po autore di molti affreschi presenti in convento. Tradizione vuole che l'artista all'opera in cucina mentre le monache erano intente a dar forma a cassate, facesse scivolare della pigmentazione verde sulla pasta di mandorle. L'idea piacque tanto alle suore cuciniere che decisero di abbandonare il consueto rosso per la decorazione”.

Anche Palermo la dolce, o almeno gran parte di essa, prende corpo e forma fra le sante mura.

“Ancora oggi – ricorda la professoressa Sicurella – nei vicoli del centro storico della città, le belle chiese e i monasteri nascondono il loro più dolce segreto. Atmosfera e serenità non conciliavano solo preghiera e meditazione: le monachelle, custodi di antiche ricette e tradizioni, giorno dopo giorno, con pazienza e cura, impastavano, cuocevano, assaggiavano. Provavano e riprovavano; sperimentavano nuove idee, nuove ricette, nuovi sapori. E per questa via sono nati alcuni classici della tradizione dolciaria palermitana, come la cassata ( il documento più antico che testimonia le sue origini  risale al 1500 ed è stato ritrovato nell’abbazia di San Martino delle Scale); oppure i fruttini di Martorana o i cannoli, anch’essi nati all’ombra dei monasteri, veri e propri microclimi dove i dolci assumevano mille sfaccettature diverse”.

Infine, un accenno al significato simbolico di questi dolci.

“Il babà – esordisce  Mangoni – (nato nella cittadina francese di Luneville)che dopo mille trasformazioni e varianti ha trovato a Napoli il suo migliore approdo, vuol dire perfezione, equilibrio e assoluta morbidezza; per il cannolo, invece, potremmo usare la frase ‘mi piego ma non mi spezzo’ , la sua svasatura significa duttilità. La cassata è determinazione, ricoperta da un’apparente candore che è la glassa. La sfogliatella napoletana, infine, con la sua forma a conchiglia è erotica e sensuale, nonostante sia stata inventata da una suora in un convento".

  Rosa D’Ancona


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